Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Dio mi sta cercando.
Io lo sto aspettando.
I piatti si accumulavano nel lavello da giorni, forse settimane. Il frigorifero vuoto, solo lattine di birra a buon prezzo. Le formiche correvano impazzite verso l’ultimo pezzo di pizza rinsecchito. Il rubinetto perdeva: ogni goccia un martello sulla testa, tortura cinese che mi stava spaccando il cranio.
Avevo bisogno di dormire. Il sonno era un lusso che non potevo più permettermi.
Da quanto non dormivo?
Vagavo per la casa come un cadavere appena risorto. Non sembrava nemmeno più casa mia. Lo era mai stata? Ero sempre stato solo o c’era stato qualcuno? Non ricordavo nulla. Solo questo bisogno feroce di chiudere gli occhi.
Mi buttai sul letto nudo.
Le pareti spoglie, una sedia sgangherata, un lenzuolo lurido per terra, l’armadio senza ante. Il soffitto mi fissava come un giudice.
Sul comodino bianco, macchiato di chissà cosa, c’era la foto di una donna che non riconoscevo. E quell’odore acre, insistente, che saliva dal pavimento.
Guardai il soffitto.
Non era più un soffitto. Era uno schermo maledetto.
Proiettava un’unica immagine, fissa, in bianco e nero sporco.
Una donna nuda distesa su un letto identico al mio. Il suo corpo era un mosaico osceno di carne viva e morta: il sorriso solare di una cucito sulle labbra tumefatte di un’altra, occhi da cerbiatta che sporgevano da orbite sfondate, capelli castani lunghi intrecciati con ciocche bionde strappate, seni di una, fianchi di un’altra, e sotto la pelle tesa, ombre di altre donne – infinite – che si muovevano come vermi, spingendo, premendo per uscire. Tutte mi guardavano. Tutte accusavano in silenzio. La bocca centrale, enorme, si apriva e si chiudeva senza emettere suono, come se stesse ingoiando i loro nomi uno dopo l’altro.
L’angoscia mi strinse la gola fino a farmi mancare il fiato.
Chi ero? Cosa avevo fatto? Non ricordavo nemmeno il mio nome. Non mi riconoscevo più nello specchio incrinato. Come si diventa così estranei a se stessi?
Volevo solo dormire. Scivolare via. Sparire.
«Laura. Quella è Laura.»
La riconobbi dentro quel mosaico di carne.
Lei la ricordavo bene. Occhi grandi da cerbiatta, sorriso solare. Altruista di facciata, libertina dentro. Un uragano travestito da santa. Diceva di essere felice con me, poi arrivavano le urla, i pianti, le sparizioni. «Ho preso un treno qualsiasi», diceva quando tornava. E il ciclo ricominciava.
Finché non tornò più.
Quella volta non prese nessun treno. Il suo posto nel letto rimase vuoto per sempre.
Avevo sonno. Una voglia feroce di dormire. O di morire.
Saranno la stessa cosa?
L’immagine sul soffitto non si mosse. Ma dentro quel corpo composito, un’altra figura si fece nitida.
«Tecla. Questa è Tecla.»
La incontrai una sera d’inverno, sotto la pioggia. Mi si piantò davanti fradicia, spaventata, e mi chiese di accompagnarla a casa. Occhi azzurri. Capelli castani lunghi. Corpo minuto ma carnoso. Camminammo in silenzio. Quando arrivammo al portone mi prese la mano. Quel calore rimase con me tutta la notte.
Andammo a vivere insieme. All’inizio fu bello. Poi arrivò il controllo: tutto doveva essere al suo posto, anche i miei pensieri. Io avevo fame di libertà. Lei di ordine.
Un giorno la seguii.
Entrò in una casa fatiscente. Da una finestra vidi un bambino con i suoi stessi occhi. Capii tutto in un secondo.
Quando uscì, piangeva già.
Io esplosi. «Non tornare più a casa.»
La lasciai lì, convinto di essere pulito.
L’odore nella stanza era diventato insopportabile.
Mi alzai dal letto. Guardai sotto.
C’erano i resti di Laura.
Sangue secco fuso con il pavimento. La testa dietro un vecchio paio di scarpe.
Più in là c’era Tecla.
Gli occhi ancora aperti, che mi avevano guardato fino all’ultimo.
E pezzi di altre.
Nomi confusi. Ossa. Carne.
Il mondo è pieno di cadaveri. Alcuni respirano ancora.
Mi sedetti sul letto.
L’odore era la mia firma.
Forse Dio mi stava cercando.
Io lo stavo aspettando.-
2024